Un racconto che portiamo dentro

Se dovessi dire il motivo che mi spinge ad amare i racconti di Edgar Allan Poe, direi che è la sua capacità di osservare, dedurre e costruire ogni dettaglio con grande precisione, unita a una mente visionaria capace di trasformare tutto questo in veri e propri capolavori.
Un’immaginazione che sembra non conoscere confini e che trasforma continuamente la realtà.
E uno dei racconti che più mi ha affascinato è La caduta della Casa Usher, dal quale vorrei partire proprio dalle prime righe:

“In una giornata triste, buia e troppo silenziosa, con un cielo di nuvole basse e pesanti, dopo aver cavalcato da solo per un tratto di campagna particolarmente desolato, verso sera, mentre le ombre si facevano sempre più lunghe, mi trovai di fronte alla malinconica casa Usher.”

È difficile, leggendo queste parole, non avere la sensazione che qualcosa stia per accadere.
L’autore non ha ancora raccontato nulla, eppure ci ha già immersi nella sua atmosfera.
Il paesaggio, il silenzio, le ombre, quella campagna desolata e infine l’edificio: tutto contribuisce a creare una sensazione di attesa.
E quella casa, prima ancora di conoscerne la storia, sembra avere già qualcosa da raccontare.
Non descrive semplicemente ciò che vede: riesce a trasformarlo in uno stato d’animo.
Il paesaggio diventa solitudine, il silenzio diventa attesa e ciò che dovrebbe essere familiare assume un carattere quasi estraneo.
Nel racconto, la casa Usher può essere letta come una metafora: non soltanto un edificio destinato a crollare, ma la rappresentazione di un’interiorità che porta già con sé i segni della propria fragilità.

Non parlerò della trama, ma di ciò che questa storia mi ha lasciato.
Una casa dovrebbe essere il luogo nel quale ci sentiamo più al sicuro, quello nel quale torniamo, quello che associamo alla familiarità e alla protezione.
Poe prende questa idea e la rovescia: ciò che dovrebbe rassicurare finisce per inquietare.
La casa sembra diventare lo specchio di chi la abita.
Le sue crepe, la sua decadenza, quell’atmosfera di immobilità sembrano riflettere una vita che si è progressivamente chiusa in se stessa.
Come se ciò che accade nell’animo potesse, lentamente, lasciare tracce anche all’esterno.
È forse questo uno degli aspetti più affascinanti della storia: la casa e ciò che accade al suo interno sembrano destinati a condividere la stessa sorte.
Ma è il cambiamento silenzioso che precede quel crollo a farmi riflettere maggiormente.
Ci sono momenti in cui qualcosa cambia in noi senza che ce ne accorgiamo subito.
Continuiamo a vivere le nostre giornate, a fare ciò che abbiamo sempre fatto, mentre qualcosa si allontana lentamente da quello che eravamo.
Ed è proprio questo cambiamento che Poe riesce, secondo me, a rendere così bene.
Non tutto ciò che ci accade ha bisogno di manifestarsi immediatamente.
Alcune inquietudini rimangono a lungo in ombra, fino a quando diventano impossibili da ignorare.
Ed è anche per questo che sento di consigliarne la lettura.

È una storia che rimane addosso anche dopo aver chiuso il libro e che può essere vissuta non soltanto lasciandosi coinvolgere dalla sua tensione, ma anche fermandosi un momento a cercare ciò che si nasconde sotto la superficie.