Riflessioni per un dipinto
Ci sono momenti in cui il silenzio creativo non è un’assenza, ma un tempo di attesa.
Un periodo in cui le idee sembrano essersi fermate, mentre dentro di noi qualcosa continua lentamente a trasformarsi.
Era il 2019.
Erano trascorsi diversi mesi dalla mia ultima mostra a Palazzo Ducale di Genova e, da allora, non avevo più dipinto.
Non sentivo il bisogno di forzare il ritorno alla pittura.
Sapevo che ogni opera ha il suo tempo e che la creatività non risponde mai ai nostri programmi.
Un giorno, quasi naturalmente, decisi di riprendere in mano una tavola di legno sulla quale avevo realizzato un vecchio dipinto.
Era un lavoro che non mi rappresentava più.
Invece di accantonarlo, scelsi di coprirlo.
Non lo vissi come un gesto di cancellazione, ma come la possibilità di dare una nuova vita a qualcosa che aveva già assolto il proprio compito.
Forse è questo che accade anche a noi.
Alcune esperienze non possono essere eliminate, ma possono diventare il terreno su cui costruire qualcosa di nuovo.
Come spesso mi accade quando dipingo, cercai il silenzio.
Avevo bisogno di isolarmi dal rumore quotidiano e lasciare che fossero i colori a suggerirmi la direzione.
Non parto quasi mai da un’immagine definita.
Preferisco che sia il dipinto stesso a guidarmi, un segno dopo l’altro, come se ogni gesto contenesse già il successivo.
Quella volta, però, avevo una sola certezza: il colore nero.
Non lo consideravo il colore della fine, bensì il punto di partenza.
Era il luogo delle domande, delle incertezze e delle riflessioni che da tempo mi accompagnavano.
Da quella superficie scura desideravo far emergere colori capaci di raccontare la speranza, la possibilità del cambiamento e la fiducia che, anche nei momenti più complessi, qualcosa possa ancora trasformarsi.
Mentre lavoravo, mi accorsi che il dipinto stava parlando di molto più di quanto avessi immaginato.
Non raccontava soltanto una parte della mia storia, ma anche il mio modo di osservare il mondo.
Da una parte vedevo la sua straordinaria bellezza: la capacità dell’essere umano di creare, amare, immaginare e ricominciare.
Dall’altra percepivo con forza i suoi conflitti, le contraddizioni, le fragilità che sembrano accompagnare ogni momento.
Tra queste due dimensioni si muoveva il mio segno pittorico.
Forse tutta la mia ricerca artistica nasce proprio da questo dialogo continuo: il tentativo di trovare un equilibrio tra luce e ombra, tra razionalità e istinto, tra ciò che ferisce e ciò che continua a generare speranza.
